Squid Game: il dramma coreano sotto i riflettori del mondo

Squid Game: il dramma coreano sotto i riflettori del mondo

Stagione 1

2021

Disponibile su: Netflix

4/5

Parliamo di Squid Game, il dramma coreano sotto i riflettori di tutto il mondo. Più che della trama, proveremo ad approfondire i motivi per cui ha avuto un incredibile presa sul pubblico mainstream e se potrà segnare l’inizio di una rivalsa per il cinema coreano o sarà, come al solito, un luminoso ma fugace attimo di notorietà nel vastissimo panorama occidentale.

Se ne è parlato e si continua a farlo, è la serie più guardata su Netflix (almeno al momento), diventata iconica in brevissimo tempo: ci stiamo riferendo ovviamente a Squid Game, il dramma coreano che dal 17 settembre è disponibile sulla piattaforma, con nove episodi dalla durata di massimo un’ora. Ma perchè ha immediatamente avuto tutto questo successo, e soprattutto, per cosa effettivamente vale la pena vederlo, proverò (in maniera ovviamente non esaustiva e fino a quanto mi compete) a parlarvi di queste motivazioni.

Squid Game: Gi-hun accetta di giocare in metro

Per quelli che ancora non l’hanno visto: un gruppo di persone ritrovatesi di fronte a debiti insormontabili decidono di partecipare a un gioco, quelli che arrivano alla fine vincono un premio in denaro, i partecipanti che perdono muoiono, e più muoiono, più la cifra sale. Questa è la storia principale. 

Innanzitutto, ci tengo a ricordare che questo è un k-drama, in tutto e per tutto, perché come succede con le commedie ne esistono di diversi tipi e sono divisi per categorie, quindi sì, la presenza di violenza e di sangue non intacca la sua natura di k-drama.

Ma perchè Squid Game è diventato un fenomeno internazionale in così breve tempo? Domanda lecita, soprattutto considerando che qui da noi la serie non è stata tradotta in italiano ed era possibile seguirla solo con i sottotitoli e in lingua originale, cosa che, lo sappiamo, è un enorme scoglio per la maggioranza del pubblico occidentale. Solo per questo, necessita sicuramente un riconoscimento. 

Squid Game: la camminata delle tute rosse

Ma merita anche tutto questo scalpore? Come sempre, la risposta sta nella maggioranza del pubblico, che per l’appunto è occidentale, ed essendo anche mainstream, basta poco per sorprenderlo e affascinarlo. Questo toglie la bellezza al prodotto? Assolutamente no, semplicemente basta vederlo con un occhio leggermente più critico (e magari meno facilmente impressionabile). 

Esempio lampante, la trama: non è assolutamente nulla di nuovo, persone che perdono la vita in giochi sadici e agiscono in maniera cinica e spietata per sopravvivere, è un plot già visto in anime come Deadman Wonderland, Mirai Nikki, oppure nella più recente Alice in Borderland (adattamento live-action dell’omonimo manga, che ha ricevuto meno attenzione, ma vi consiglio di recuperare, o nel caso vogliate leggerne a riguardo trovate qui la recensione. Alcuni elementi che lo compongono come costumi e scenografie, sono molto più vicini al mondo occidentale – o comunque a qualcosa che si ha già visto – che a quello coreano, come le tute rosse e le maschere indossate dalle guardie, i simboli stessi usati come gerarchia (che ricordano palesemente il controller della playstation), la stanza color pastello con le scale sottosopra, o la scelta tra i due quadrati rosso e blu. È un po’ come ritrovarsi qualcosa di familiare anche in un contesto che non conosciamo, e credo sia più confortante per un’audience abituata solo a prodotti americani o anglofoni.

Squid Game: Sae-byeok e Ji-yeong

Naturalmente poi c’è la violenza, o l’esaltazione di essa, ma non è solo quello, non è solo brutale: è ben costruita, una morte cinicamente organizzata e premeditata – che in confronto a quello che alcuni dei protagonisti dovrebbero affrontare nella vita vera, sembra quasi venga tolto loro un peso. Cosa che effettivamente spinge le persone a continuare a giocare e a rischiare la vita. 

Per parlare di un fattore innovativo, invece, ecco i giochi d’infanzia, che essendo tipici della Corea del Sud (almeno quasi tutti), risultano a noi interessanti e tengono alta la nostra attenzione. Ma la motivazione migliore sta nei personaggi che, anche se incarnano stereotipi, oltre a farci affezionare a loro (chi più chi meno, a seconda delle proprie inclinazioni ed esperienze personali) scoprono un lato diverso, raccontano, ma soprattutto criticano aspramente degli aspetti sociali di un paese che ci pare così distante da noi – ma forse non lo è. Attraverso per esempio Gi-hun, Sang-Woo, Ali, Sae-byeok e Ji-yeong, vediamo quanto sia tristemente comune rivolgersi a usurai e rinunciare alla propria persona, manifestazioni represse nel sangue, sentirsi così costantemente in colpa per aver fallito in una società che però continua a lasciarli ai margini.

Vediamo anche un razzismo velato ma non troppo, lo sfruttamento lavorativo, il sogno coreano infranto, l’impiegato modello che fallisce ma si vergogna troppo per confessarlo, i pregiudizi sulla Corea del Nord e la difficoltà di scappare da essa, la rassegnazione giovanile, di chi sa di non poter competere con i suoi coetanei e si arrende in partenza.

In conclusione, Squid Game è meritevole di una visione, un prodotto non perfetto ma di grande intrattenimento, oltre a essere ricco di spunti e riflessioni da cui poter partire per parlare di Corea del Sud ma non solo. E per quanto mi renda conto che verrà ricordato ai più come un banale survival game, mi auguro possa anche solo invogliare nuove persone a cercare altri drama o film coreani.

Fonti

Squid Game (오징어게임, 2021), Netflix

Tutte le immagini sono di proprietà Netflix.

Francesca Sutera

Serpeverde e femminista, cresciuta ad anime e film Disney ha maturato il suo amore per l'animazione, sopratutto per quella giapponese e per quella in stop motion, predilige le opere britanniche, specie se drammatiche o storiche, le favole horror e il black humor. Passa le giornate ad ascoltare musica e sperare in più rappresentazione nei film e cartoni animati.

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