Minari: il cinema di cui abbiamo bisogno

Minari: il cinema di cui abbiamo bisogno

Minari

Lee Isaac Chung

2020

4.5/5

Candidato ai prossimi Oscar, Minari sembra aver conquistato il cuore di tutti. Diretto da Lee Isaac Chung, il film è stato presentato al Sundance Film Festival durante l’ultima edizione e da quel momento sembra che la sua popolarità stia solo crescendo, specialmente dopo la meritatissima vittoria del Golden Globe. I motivi di questo successo sembrerebbero nascondersi dietro un’apparente semplicità  che, in realtà, nasconderebbe addirittura la formula segreta di cui avrebbe un disperato bisogno l’industria cinematografica al momento. 

Quella di Minari è una storia familiare, nello specifico quella di una famiglia sud coreana che si trasferisce dalla costa occidentale all’Arkansas rurale per coltivare il sogno del patriarca Jacob: quello di creare una coltivazione di ortaggi coreani destinati alla loro stessa comunità immigrata, come loro, negli States.

Minari 2

Unione e divisione

Quello che Lee riesce a creare è un vero e proprio microcosmo formato da un piccolo nucleo che trova la sua origine nell’infanzia dello stesso regista, cresciuto da genitori migranti nell’Arkansas degli anni ’80. Minari diventa quindi il prodotto dell’unione di un racconto autobiografico che narra le difficoltà che derivano dall’integrazione e della tradizione più occidentale del sogno americano, in questo film capovolto. Non è più, infatti, la metropoli la grande destinazione a cui puntare ma il ritorno alle origini e al legame con la propria terra. Questa unione è rappresentata a pieno dai due figli, in particolare il piccolo David, di origini coreane ma nato e cresciuto in America. Con tutta la purezza e ingenuità che potrebbe avere un bambino della sua età, si ritrova, un po’ spaesato, a fare i conti con un mondo nettamente diviso, in primis dal cibo, simbolo della cultura e della tradizione. Il titolo stesso del film, Minari, indica una particolare pianta aromatica tipica coreana ma poco diffusa in occidente che diventa il simbolo del film: Jacob vorrebbe, attraverso le sue origini, creare nuove radici per dare sostegno alla sua stessa comunità e allo stesso tempo creare qualcosa che possa crescere quando coltivato per le future generazioni, come un albero.

Se il cibo è l’elemento di divisione tra culture, la famiglia protagonista trova una via verso l’unione, invece, nella religione. È infatti proprio quando cominciano a frequentare la parrocchia locale che inizia realmente per loro l’integrazione nella comunità, integrazione che però trova ostacoli in particolar modo dalla madre, Monica, che non riesce a non vedere in questo trasloco e allontanamento dalla “grande città” californiana l’inizio della loro rovina finanziaria. L’arrivo della nonna direttamente dalla Corea dovrebbe aiutare proprio ad alleviare questo senso di isolamento ma, in realtà, ottiene solo l’effetto contrario (come sottolinea lo stesso David, la nonna “puzza di Corea”) evidenziando maggiormente le differenze che tanto si cerca di nascondere. 

Minari 3

La tecnica che funziona

Quella di Minari è, insomma, una storia che si potrebbe prestare molto facilmente (e in maniera anche molto scontata) a sentimentalismi esagerati ma Lee Isaac Chung opta, invece, per un’eleganza e sobrietà che, attraverso il minimalismo stilistico, non si tramuta mai in un dramma fuori luogo. Lee sceglie di raccontare le difficoltà dell’integrazione di una particolare etnia attraverso la la semplicità della quotidianità, giorno dopo giorno. Nessun litigio che scoppia in una scena madre, nessun sentimentalismo totalmente evitabile: solo la realtà vista attraverso i colori delle campagne dell’Arkansas. Tutto questo confluisce in scelte che, ovviamente, sul livello visivo fanno la loro meritatissima figura. 

Bisogna, però, fare attenzione a non scambiare questa “apparente” semplicità per distacco emotivo. È più che altro oggettività totalmente finalizzata a rendere giustizia al racconto. Dietro si cela una profondità tale da arrivare alla fine, con un climax che rischia davvero di trasformarsi in tragedia, stupendoci per la preoccupazione improvvisa maturata scena dopo scena nei confronti dei personaggi, nessuno escluso. La conclusione si chiude con un atto di speranza, una fiducia nel futuro che, in un momento come quello che stiamo vivendo al momento, non può che far bene.

Fonti

Minari (2020), dir. Lee Isaac Chung

Valentina Dadda

Studia scienze dei beni culturali ed è innamorata da sempre del cinema e della letteratura, suoi compagni di viaggio da una vita. Affronta le giornate passando da una citazione all'altra e passerebbe ore a parlare di scienza o di femminismo, o di tutte queste cose insieme.

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