La regina degli scacchi: la recensione della miniserie

La regina degli scacchi: la recensione della miniserie

La regina degli scacchi: locandina e voto alla serie

Miniserie

2020

Disponibile su: Netflix

4.5/5

Il grande pubblico ha conosciuto una giovanissima ed esordiente Anya Taylor-Joy nel 2015 con The Witch, per poi rivederla nella trilogia di Mr. Shyamalan in Split e Glass, ma anche nei più recenti Emma e The New Mutants. Una giovane attrice piena di talento che è stata scelta per interpretare la protagonista Elizabeth “Beth” Harmon nell’adattamento Netflix del libro La regina degli scacchi di Walter Tevis. Una miniserie di sette episodi che è a tutti gli effetti un film di quasi sette ore.

Una serie magnetica

La persona più forte è colei che non ha paura di essere sola.

Elizabeth Harmon perde da bambina la madre in un incidente stradale ed è così costretta in un orfanotrofio cattolico dove possa studiare e imparare a diventare una giovane donna ben educata. Proprio all’orfanotrofio, oltre a spiccare per le sue doti in matematica, scopre dall’anziano custode il gioco degli scacchi che diventerà la sua passione e ossessione fino all’età adulta.

Anya Taylor-Joy è senz’altro la pedina principale di una serie magnetica, capace di attrarci in un’America degli anni Sessanta dai colori patinati all’interno di una storia dai tratti così concreti che alla fine ci riesce difficile non considerare reale. Una recitazione, la sua, forse un po’ monotona, ma capace di accendere i riflettori su di un personaggio sagace, tormentato dalla solitudine e dalla dipendenza, costantemente alla ricerca di soddisfazioni, nella famiglia, nell’amore, nel gioco, che, incolmabili, vengono sostituite dalla dipendenza da alcol e medicinali. Più volte sull’orlo del precipizio, tormentata da un passato che non la vuole lasciare andare, Beth Harmon è costretta a fare i conti con una famiglia adottiva infelice, una madre soffocata da un matrimonio fallito, un amore non corrisposto, una rivalità apparentemente insuperabile con colleghi uomini che non la ritengono all’altezza e che, riluttanti, sono costretti ad accettare le numerose sconfitte.

Ma Beth Harmon non è una ragazza facile: sfruttando il dono che le è stato dato dalla nascita, Beth non ha bisogno faticare molto per essere all’altezza. Ѐ una giocatrice intuitiva, le mosse le arrivano in testa senza alcuno sforzo, e, forte di questa fortuna, deve fare i conti con la sua arroganza, il suo costante bisogno di imporsi sugli altri, un atteggiamento che allontana anziché avvicinare.

Una storia di emancipazione

Gli scacchi non sono sempre competizione, gli scacchi possono essere belli. Ho notato per prima la scacchiera, è un intero mondo di sessantaquattro quadrati. Mi sento al sicuro lì. Posso controllarlo, posso dominarlo, ed è prevedibile. Così, se vengo ferita, posso incolpare solo me stessa.

La regina degli scacchi è una storia di solitudine e di ricerca di se stessi ma è anche e soprattutto una storia di emancipazione e di rivalsa. In un mondo, quello degli scacchi, completamente dominato dagli uomini, Beth Harmon è l’unica donna a riuscire a tenere testa ai colleghi e l’unica, tra tutti, a poter competere nel mondo col campione in carica, il russo Vasily Borgov, l’obiettivo di una vita. Gli scacchi sono così la chiave per superare ogni ostacolo economico ma soprattutto per superare la solitudine e trovarsi una cerchia di amici con cui creare condivisione. Come afferma lo stesso Benny Watts (Thomas Brodie-Sangster), la chiave per vincere contro i russi è lavorare in gruppo come fanno loro, condividere, non chiudersi in se stessi come fanno negli Stati Uniti. E allora è proprio qui che Beth Harmon può trovare finalmente la pace: nella condivisione con giocatori fidati, nella sua decisione di non respingerli più, arrivare alla vittoria e guardare agli scacchi con occhi nuovi, non più un’ossessione, uno studio solitario in un’asettica camera d’albergo, ma un gioco di condivisione.

Fonti

The Queen’s Gambit (La regina degli scacchi), 2020, Netflix

Gaia Galimberti

Laureata in Scienze dei Beni Culturali all'Università degli Studi di Milano, è cresciuta fantasticando mondi attraverso i libri e, dopo essersi innamorata del cinema, fatica a trovare il tempo per correre dietro a tutte le sue passioni. Sogno nel cassetto: scrivere un libro.

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