Il processo ai Chicago 7: il ritorno di Aaron Sorkin alla regia

Il processo ai Chicago 7: il ritorno di Aaron Sorkin alla regia

Il processo ai Chicago 7: locandina e valutazione

Aaron Sorkin

Disponibile su: Netflix

4/5

In un anno abbastanza povero di nuove uscite per il mondo del cinema, Il processo ai Chiacago 7 arriva in pompa magna pronto a concorrere agli Oscar, che ricordiamo si terranno ad aprile 2021. Aaron Sorkin torna alla regia dopo il suo debutto con Molly’s Game in un film che si collega alle proteste attualmente in corso negli Stati Uniti tornando tuttavia indietro nel tempo al 1968 e al processo che indagò i leader del movimento contro la guerra in Vietnam.

Il processo ai Chicago 7: scena di protesta del film

La vera storia dei Chicago 7

Siamo nel 1968, nel pieno delle proteste contro la guerra in Vietnam. Il 28 agosto, durante il Congresso dei Democratici a Chicago per scegliere il candidato democratico alle elezioni presidenziali, una manifestazione contro l’allora presidente democratico Lyndon Johnson e le sue politiche riguardo la guerra in Vietnam cerca di avvicinarsi al luogo dell’evento, l’International Amphitheatre. Le migliaia di manifestanti vennero tuttavia bloccate dalla polizia in uno scontro con lacrimogeni, violenze fisiche e arresti, sotto gli occhi delle telecamere.

Per gli eventi del 28 agosto vennero accusati di cospirazione e incitazione alla sommossa alcuni degli esponenti più in vista dei movimenti di protesta: Abbie Hoffman, Jerry Rubin, David Dellinger, Tom Hayden, Rennie Davies, John Froines e Lee Weiner insieme con, almeno inizialmente, il leader delle Pantere Nere, Bobby Seale. Il procuratore generale al momento delle sommosse riconobbe che la polizia fosse stata la principale causa delle violenze e rinviò il processo che ebbe inizio solo nel 1969 dopo l’elezione presidenziale di Richard Nixon.

I sette leader rimasero sotto processo per sei mesi, dal settembre del 1969 al febbraio del 1970, successivamente definito un vero e proprio processo farsa in quanto non si voleva tanto processare i sette per le vicende del 28 agosto 1968 ma, al contrario, si volevano colpire i leader dei movimenti controculturali e di protesta alla guerra in Vietnam. Il giudice Julius Hoffman ebbe fin da subito pregiudizi nei confronti degli imputati, accusandoli più volte insieme al loro avvocato William Kunstler di oltraggio alla corte, ma soprattutto venne in seguito accusato di razzismo nei confronti di Bobby Seale. Quest’ultimo venne infatti inizialmente processato insieme agli altri sette nonostante quel giorno fosse stato a Chicago solo per qualche ora e gli venne negato un rinvio così che non potesse essere rappresentato dal proprio avvocato.

Alla fine i sette di Chicago vennero prosciolti dalle accuse di cospirazione ma cinque di loro vennero condannati a cinque anni di carcere e una multa di 5.000 dollari per incitamento alla sommossa.

Il processo ai Chicago 7: Eddie Redmayne in una scena del film

Il prossimo candidato agli Oscar?

Abbiamo già conosciuto le brillanti sceneggiature di Aaron Sorkin, autore tra gli altri di film come The Social Network (2010) diretto da David Fincher, Steve Jobs (2015) diretto da Danny Boyle e Molly’s Game, il suo debutto anche come regista nel 2017. Venne candidato all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale sia per The Social Network che per Molly’s Game, aggiudicandoselo per il primo, e non è difficile immaginare che, in un anno abbastanza povero di nuove uscite come questo 2020, potrebbe strappare una nuova nomination.

Se avete visto The Social Network e Molly’s Game, riconoscerete sicuramente fin da subito la mano di Aaron Sorkin. Fin dalla frenetica opening del film, che getta subito tutte le carte in tavola, riconosciamo subito il ritmo sostenuto e tagliente del rapido susseguirsi di scene sullo schermo che prosegue per tutto il film, tenendoci impegnati in una storia di cui non vogliamo perderci neanche un secondo. La storia riesce facilmente ad appassionare, grazie anche alla forte attinenza con i movimenti di protesta attualmente ancora in corso negli Stati Uniti. Era facile cadere nella monotonia in un film basato principalmente su un processo di sei mesi, invece rimaniamo incollati allo schermo, battuta dopo battuta, e mentre vediamo il numero dei giorni di processo scorrere sullo schermo uno dopo l’altro, in men che non si dica siamo già alla fine. Commedia e drammaticità si alternano in battute e dialoghi ispirati, dove i buoni riescono a trionfare per toni e argomenti ma dove tuttavia rimangono sconfitti di fronte ad una rappresentanza che tutto fa tranne che attenersi alla legge e non ci lascia altro che l’impotenza e le esclamazioni davanti ad uno schermo che ci impedisce di intervenire.

Il tutto accompagnato da un cast stellare. Il sempre impacciato Eddie Redmayne, il sempre buono Joseph Gordon-Levitt per una volta nel ruolo dell’antagonista, anche se rispettoso, la nuova scoperta Yahya Abdul-Mateen II e ancora Michael Keaton, Mark Rylance, Jeremy Strong e Sacha Baron Cohen, protagonista per altro di un altro film critico degli Stati Uniti, il nuovo Borat – Seguito di film cinema, uscito in questi giorni sulla concorrente Amazon Prime Video.

Gaia Galimberti

Laureata in Scienze dei Beni Culturali all'Università degli Studi di Milano, è cresciuta fantasticando mondi attraverso i libri e, dopo essersi innamorata del cinema, fatica a trovare il tempo per correre dietro a tutte le sue passioni. Sogno nel cassetto: scrivere un libro.

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