Le Strade del Male: la genesi della tragedia americana

Le Strade del Male: la genesi della tragedia americana

le strade del male

Antonio Campos

Netflix

2020:

3/5

Ogni mese Netflix annuncia una serie di uscite che sono quasi sempre capaci di attirare l’attenzione della maggior parte del suo pubblico e, senza dubbio, Le Strade del Male (The Devil all the Time) è stato il film sulla bocca di tutti durante il mese di settembre. Antonio Campos (The Sinner, Christine) è sia regista che sceneggiatore di questa epopea tutta americana tratta dal romanzo omonimo di Donald Ray Pollock del 2011. La grande curiosità suscitata fin dall’uscita del trailer è stata causata anche dai grandi nomi figuranti all’interno del cast – da Tom Holland a Bill Skarsgard, passando da Mia Wasikowska e Riley Keough a Jason Clarke e Robert Pattinson. Gli attori, però, per quanto bravi non sono l’unico elemento che rende un film degno di memoria, specialmente quando come in questo caso si tratta di una pellicola che basa il proprio nucleo sulla storia che intende raccontare. La domanda che ci siamo posti tutti, quindi, è: Le Strade del Male merita davvero come ci aspettavamo?

Le Strade del Male 2

La voce di un narratore molto particolare – Donald Ray, autore del libro – ci accompagna nell’esplorazione della vita di due cittadine americane immerse nei boschi dell’Ohio e del West Virginia durante gli anni ’50 e ’60. Una numerosa serie di personaggi sinistri sembra gravitare attorno ad Arvin Russel (Tom Holland). Dopo un’infanzia tormentata a causa dei comportamenti del padre (Bill Skarsgaard), segnato profondamente dagli orrori vissuti durante la Seconda Guerra Mondiale, Arvin viene cresciuto dagli zii insieme a Lenora (Eliza Scanlen), una bambina con un passato molto simile a quello di Arvin. Arvin incontrerà sulla sua strada personaggi corrotti e inquietanti, come il giovane pastore interpretato da Robert Pattinson, una coppia di amanti killer (Riley Keough e Jason Clarke) e uno sceriffo poco dedito al suo lavoro (Sebastian Stan).

Quello che è chiaro fin dall’incipit è che, con Le Strade del Male, Campos propone un racconto corale in cui il contesto e la sua cornice diventano assoluti protagonisti, i mezzi principali in cui viene veicolato un racconto di violenza ciclica che si trova alla genesi della storia americana. I luoghi che ci vengono mostrati sono ben lontani dall’idealizzazione dell’american dream pubblicitario; è piuttosto l’America che deve affrontare le conseguenze che le due guerre mondiali hanno avuto sull’animo umano, aggravate anche dall’atmosfera dell’incombente guerra del Vietnam. Insomma, non è un’America molto diversa da quella dei racconti del Far West, dove la corruzione e la violenza si scontravano quotidianamente con la forte imposizione religiosa e morale. Il personaggio di Arvin si trova al centro di questo ciclone, costretto a combattere anche quando non vorrebbe farlo, come se l’uso della forza fosse l’unica scelta possibile in un mondo del genere. Ripercorrendo gli stessi passi del padre prima di lui, l’unica cosa che Arvin vorrebbe fare è seppellire i propri fantasmi del passato: in un certo senso ci riesce, sia metaforicamente che letteralmente in una particolare scena verso la fine del film, ma proprio prima dei titoli di coda il voice over di Pollock ci rivela che non tutto può essere bianco o nero come abbiamo creduto per quasi tutta la durata del film. Proprio in questo messaggio sta il vero punto forte del film di Campos: il racconto di quegli ideali storici vecchi di secoli ma sotto i quali si nascondono ancora sangue e ossa.

Le strade del male 3
 Se il messaggio arriva forte e chiaro, però, lo stesso non si può dire della scelta dello stile narrativo. Con degli attori simili sarebbe stato molto facile creare un vero e proprio capolavoro ma purtroppo così non è stato. Le Strade del Male, infatti, ci mette davvero tanto a far incalzare il ritmo, se non decisamente troppo. La causa è da trovarsi in più di un aspetto: a partire dalla lunghezza del film poco giustificata e arrivando alla caratterizzazione dei personaggi che, a parte un paio, paiono dei veri e propri burattini piazzati in un teatro di posa in cui viene a mancare quella consequenzialità che darebbe spessore e profondità alle azioni compiute. L’unico di cui veniamo portati a capire a pieno i movimenti è proprio Arvin e in parte anche il padre. Sicuramente non abbastanza in un film del genere.

Quello che rimane allo spettatore alla fine della visione de Le Strade del Male è più che altro confusione. La sensazione è quella di aver avuto tra le mani un romanzo che di potenziale narrativo ne aveva in abbondanza ma la capacità di adattare, tagliando dove necessario, non è stata all’altezza dell’intento iniziale. Il rischio che si corre con un film del genere è infatti quello di perdere il proprio pubblico ancor prima di poter trasmettere il reale significato dell’ambiziosa storia.

Fonti

Le Strade del Male (2020), dir. Antonio Campos

Le Strade del Male, Donald Ray Pollock, 2011, Elliot

Valentina Dadda

Studia scienze dei beni culturali ed è innamorata da sempre del cinema e della letteratura, suoi compagni di viaggio da una vita. Affronta le giornate passando da una citazione all'altra e passerebbe ore a parlare di scienza o di femminismo, o di tutte queste cose insieme.

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