Hollywood: il sogno ad occhi aperti di Ryan Murphy

Hollywood: il sogno ad occhi aperti di Ryan Murphy

Hollywood locandina e giudizio

Netflix

2020

3/5

Siamo nel secondo dopoguerra a Hollywood, la città dove tutto è possibile, dove ognuno può realizzare il proprio sogno e diventare una star del cinema. Jack Castello, Roy e Samara sono giovani aspiranti attori, Raymond è un aspirante regista per metà filippino e Camille, la sua ragazza, un’aspirante attrice nera alla ricerca di un ruolo che non sia stereotipato. La scalata verso il successo, rappresentata simbolicamente dalla gigantesca H della famosa scritta Hollywood che i quattro protagonisti cercano di scalare nella sigla della serie, è ardua, soprattutto se si appartiene a minoranze che, negli anni ‘40 sono ancora così discriminate.

In una cornice che affonda le radici nella realtà così come la conosciamo, con numerosi riferimenti alla Hollywood di quegli anni, prende quindi forma il sogno ad occhi aperti di Ryan Murphy, che ci conduce in una Hollywood un po’ diversa, più inclusiva, ma soprattutto più disposta al rischio per raggiungere il successo.

Hollywood, immagine dalla serie

Un filippino solo da parte di madre per regista che riesce a passare facilmente per bianco, uno sceneggiatore omosessuale nero e un’attrice protagonista nera sono i tre assi portanti di un nuovo film che, seppure con qualche rimostranza, gli Ace Studios vogliono portare sugli schermi dei cinema americani. Il film prende forma dalla vicenda di Peg, una giovane ragazza bianca aspirante attrice che, tradita dalla città dei sogni in cui poneva ogni sua fiducia, quando viene tagliata dal suo primo film tenta il suicidio dalla scritta di Hollywood sul Monte Lee di Los Angeles. La storia alla base del film è la storia vera di Peg Entwistle che nel 1932 all’età di soli ventiquattro anni si suicidò per prima dalla scritta Hollywood, aprendo la strada a numerosi altri suicidi negli anni successivi. In Hollywood, tuttavia, la storia viene rimaneggiata e plasmata per adattarsi ad un universo alternativo: la sceneggiatura scritta da un nero ed interpretata da una ragazza nera non può più raccontare la storia di una ragazza bianca dai sogni infranti e si adatta così alla sua nuova protagonista, divenendo storia di sogni realizzati e di battaglie razziali conquistate grazie al successo di un solo film.

Siamo infatti nella Hollywood che ha rifiutato all’attrice sino-americana Anna May Wong la parte dell’attrice protagonista in La buona terra (1937), preferendole l’attrice tedesca Luise Rainer che vincerà l’Oscar l’anno dopo come migliore attrice e condannerà la Wong ad una carriera di ruoli stereotipati della donna asiatica. Siamo anche nella Hollywood che ha da poco premiato Hattie McDaniel con l’Oscar alla miglior attrice non protagonista per il ruolo di Mami in Via col vento (1939), non permettendole tuttavia di partecipare alla premiazione nel posto in prima fila che le spettava per via di quella segregazione razziale che ancora pesava negli Stati Uniti.

Hollywood diventa quindi battaglia per tutte le minoranze lasciate indietro nella realtà e riscrive la storia per loro, per renderle per una volta protagoniste, anche se in un sogno che è destinato a rimanere solo tale.

Hollywood, immagine dal film

Siamo quindi in un mondo in cui all’attrice bianca figlia del produttore viene preferita l’attrice nera emergente, che al famoso Rock Hudson (nome d’arte di Roy FItzgerald), che diventerà poi una star del cinema negli anni ‘50, viene preferito il veterano della seconda guerra mondiale Jack Castello. E siamo in un mondo in cui è possibile la redenzione anche per personaggi del calibro di Henry Willson, potente agente di Hollywood qui interpretato da un perfetto Jim Parsons che notoriamente aiutava soprattutto giovani attori a trovare ruoli nei film in cambio di favori sessuali.

Nel cercare di realizzare questo sogno ad occhi aperti, tuttavia, la storia perde man mano mordente, ponendo i protagonisti davanti a difficoltà che riescono a superare in pochi passaggi e portando ad una conclusione che risulta essere quasi stucchevole. Hollywood è un’ottima serie per immergersi in un mondo alternativo un po’ più giusto, ma nella sua poca drammaticità rischia di diventare una serie facilmente dimenticabile.

Gaia Galimberti

Laureata in Scienze dei Beni Culturali all'Università degli Studi di Milano, è cresciuta fantasticando mondi attraverso i libri e, dopo essersi innamorata del cinema, fatica a trovare il tempo per correre dietro a tutte le sue passioni. Sogno nel cassetto: scrivere un libro.

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