His House: la recensione del nuovo film horror di Netflix

His House: la recensione del nuovo film horror di Netflix

his house

Remi Weekes

Netflix

2020

4/5

Alla fine dello scorso mese, giusto in tempo per Halloween, Netflix ha rilasciato un nuovo e potentissimo film horror che ha subito suscitato l’interesse dei cinefili più appassionati del genere horror: His House. Per il regista Remi Weekes questo è l’esordio alla regia di un lungometraggio e, dopo averlo inizialmente presentato lo scorso febbraio al Sundance Film Festival, il film è stato accolto più che positivamente da quasi tutto il pubblico che lo ha acclamato per la sua peculiarità.

His House si apre invertendo la narrazione classica e ponendo la tragedia all’inizio del film quando una coppia di sposi, Bol e Rial, tenta la fuga dalla guerra civile nel Sudan del Sud insieme alla figlia ma quest’ultima perde la vita durante la traversata. I due si ritrovano così soli in Inghilterra, a dover affrontare non solo le conseguenze di una perdita tanto grave ma anche le difficoltà di ritrovarsi in un posto così lontano da casa. Queste difficoltà aumentano quando viene finalmente affidata loro una casa dagli assistenti sociali. Nonostante le condizioni pessime della dimora i due cercano, a modo loro, di adeguarsi alla nuova vita: Bol tenta omologarsi il più possibile inseguendo una perfezione inesistente mentre Rial non riesce a staccarsi dalle radici della loro terra. Proprio mentre sono alla disperata ricerca di pace si aggiunge un ulteriore problema: nelle mura della nuova casa si nasconde qualcosa che sembra non essere disposta a dare loro alcuna tregua.

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L’impianto narrativo del film sottolinea perfettamente quali siano le intenzioni di Weekes, ovvero la trasmissione di un messaggio ben definito e chiaro e per farlo dimostra di aver appreso molto chiaramente le lezioni degli ultimi anni. In particolare, le porte spalancate da Jordan Peele, grazie specialmente a Scappa – Get Out (2017) e Noi (2019), hanno delineato una tendenza che si serve di un genere molto particolare come quello dell’horror per veicolare riflessioni ben più profonde e, alle volte, persino più spaventose del pretesto narrativo. In questo caso, His House parte dal classico tema della casa infestata ma si discosta da esso quando Weekes sceglie di ribaltarlo: la maledizione non è legata alle mura della dimora ma alle persone e, ancora più nel dettaglio, alle loro emozioni. 

Il film segue quindi un doppio registro: quello del puro filo narrativo fantastico, che prende spunto dal folklore e dalle leggende africane, e quello più intimo e terribilmente reale dell’immigrazione e dell’integrazione. Il viaggio che la coppia intraprende all’inizio del film è un viaggio che ben presto si tramuta in una traversata non solo fisica ma anche e soprattutto mentale, specialmente dopo la perdita della figlia che genera un senso di colpa immenso che li condanna. I due coniugi hanno modi totalmente differenti di reagire a questa nuova realtà che li circonda e con cui sono costretti a fare i conti: Bol vuole più di ogni altra cosa sentirsi accettato e cerca di appropriarsi di una vita non sua cucendosi addosso vestiti che non gli appartengono, mentre Rial tenta di rimanere ancorata alla loro vecchia vita e alle loro tradizioni in un mondo che cerca disperatamente di remarle contro per spazzare via tutto quello che le rimane.

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L’impatto visivo di His House gioca un ruolo fondamentale nel comunicare la denuncia sociale che regna sovrana nell’intero film. Ben presto, infatti, i due sposi dovranno realizzare attraverso una graduale catarsi l’origine della loro lotta quotidiana, origine che trova genesi proprio nel loro passato. Da qui prendono vita gli spettri e i fantasmi dei dannati che condividono il loro stesso destino che allo stesso tempo rimangono l’unico contatto con ciò che hanno tragicamente perso. Ed è così che la paura non dà loro tregua, si annida all’interno di quella che per loro dovrebbe rappresentare una dimora sicura e li insegue anche all’esterno dietro agli sguardi e ai pregiudizi che ogni giorno devono affrontare solo per ciò che sono. 

Anche a livello tecnico His House si conferma come un’ottima promessa per il futuro cinematografico del suo regista. Weekes arriva dritto al punto nonostante i giochi di tensione seguano delle linee già prestabilite e lo fa per mettere in scena qualcosa di realmente mostruoso che, però, non si nasconde nelle nostre case ma nei nostri sensi di colpa.

Fonti

His House, dir. Remi Weekes, 2020

Valentina Dadda

Studia scienze dei beni culturali ed è innamorata da sempre del cinema e della letteratura, suoi compagni di viaggio da una vita. Affronta le giornate passando da una citazione all'altra e passerebbe ore a parlare di scienza o di femminismo, o di tutte queste cose insieme.

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