Dark: un piccolo gioiellino tra scienza e filosofia

Dark: un piccolo gioiellino tra scienza e filosofia

Dark: locandina e voto

Disponibile su: Netflix

Stagioni 1-3

2017-2020

4/5

Dark ha cominciato a spopolare su Netflix già dal 2017 all’uscita della sua prima stagione e non è difficile immaginare il motivo di tanto interesse. La serie è un vero e proprio gioiellino che, sorpresa delle sorprese, per una volta non arriva da oltreoceano ma direttamente dalla Germania, la quale riesce a sfornare un prodotto degno delle migliori produzioni americane. Quindi, dopo alcune uscite non proprio vincenti, come le spagnole La casa di carta ed Elite o in campo nostrano con Luna Nera e Cuaron, Netflix riesce a produrre una serie di tutta qualità anche in Europa, ispirata forse involontariamente alla più famosa Stranger Things: c’è un gruppo di ragazzini in una piccola cittadina, un bambino scompare, in paese accadono cose strane. Solo che in Dark le cose strane hanno a che fare con il tempo, con i viaggi nel tempo, e tutto diventa improvvisamente più divertente. E la cosa fenomenale è che tutto è spiegato magnificamente (o quasi) e tutto ha un senso fino alla fine (o quasi).

È il 4 novembre 2019 quando Jonas insieme con Bartosz e i tre fratelli Nielsen – Martha, Magnus e Mikkel – si addentrano nella foresta per andare alle grotte ed è proprio quella sera che Mikkel scompare misteriosamente. Nel giro di pochi episodi veniamo quindi catapultati nella piccola cittadina di Winden – che non a caso in tedesco significa “dimenarsi”, un po’ come noi spettatori che cerchiamo di capirci qualcosa – in mezzo a moltissimi personaggi di cui faremo fatica a ricordarci fin da subito nomi e cognomi, e, ai margini della foresta nera, prenderemo parte ad un grandissimo viaggio nel tempo dove ogni dettaglio è importante per comprendere la direzione che vuole prendere la storia.

La trama sembra intricata ma in realtà se si presta un minimo di attenzione e si tiene d’occhio una mappa genealogica di tutti i personaggi presentati non è affatto difficile, anzi: molti colpi di scena, specialmente nelle prime due stagioni, sono facilmente prevedibili. Gli sceneggiatori hanno inoltre fatto un ottimo lavoro e ci danno tutti gli strumenti per comprendere gli spostamenti temporali e la consequenzialità degli eventi senza sforzarsi più di tanto. Ed è proprio questo ciò che colpisce di più della serie: tutto è perfettamente lineare, tutto accade per una ragione, non ci sono buchi di trama, e quelli che lo sembrano sono in realtà il risultato di paradossi che la serie riesce comunque abilmente a spiegare. Lo spettatore è inoltre facilitato da una struttura episodica costante, con un momento musicale che verso la fine di ogni episodio propone tramite montaggio un riassunto di quanto appena successo e dei personaggi implicati.

Sembra tutto molto fantascientifico, eppure la guida principale non è la fisica con i suoi paradossi ma la filosofia: la serie è piena di parallelismi, allegorie, i personaggi seguono una loro morale di fondo. I personaggi sono inoltre ampiamente caratterizzati e non è difficile affezionarsi a molti di loro.

Dopo due stagioni che rasentano la perfezione, tuttavia, la terza di Dark comincia a incespicare. I conti tornano tutti, non ci sono grossi buchi di trama, ma la terza stagione a causa di un elemento che viene aggiunto quasi all’improvviso diventa ripetitiva e sembra quasi forzata. Il tutto si chiude comunque con un finale perfetto che fa quasi venire voglia di rivedere tutta la serie da capo.

Finisce qui la recensione senza spoiler. Se non avete ancora visto la serie, quindi, vi consigliamo di armarvi di una bella cartina genealogica e di correre a vederla. Se invece avete già visto la serie, potete continuare con la nostra analisi spoilerosa.

SPOILER DA QUI

Una trama intricata, ma non troppo

La domanda non è dove, ma quando.

L’ostacolo maggiore ad una piena comprensione della trama in Dark è sicuramente il sistema dei personaggi. Kahnwald, Nielsen, Doppler, Tiedemann… la lista dei personaggi, chi è imparentato con chi e quale versione del personaggio in quale anno è molto lunga. Tuttavia la serie fa un ottimo lavoro per facilitare i legami famigliari: le famiglie principali sono solo quattro e le scelte di cast sono a dir poco eccezionali. Una volta superata la memorizzazione dei personaggi – e Netflix ci aiuta con un bellissimo albero genealogico che si aggiorna episodio per episodio – la storia diventa abbastanza semplice, almeno nelle prime due stagioni.

Abbiamo un ciclo di trentatré anni, quindi sappiamo che ogni volta che andiamo avanti o indietro nel tempo sarà trentatré anni prima o trentatré anni dopo. Le epoche procedono poi di pari passo, quindi se un personaggio si sposta nel tempo si ritroverà in un’altra epoca nello stesso giorno dell’anno e alla stessa ora. La sceneggiatura di Dark è quindi straordinaria in questo senso, dando sempre gli strumenti per farsi comprendere e per elaborare una storia coerente in tutto e per tutto, cosa che molti film e serie tv non sono mai riusciti completamente a fare. E se qualcosa non torna, è colpa dei paradossi, e quindi è per assurdo pienamente spiegata.

Dark: paradossi

I paradossi: la predestinazione e Schödinger

La sparizione di Mikkel innesta una serie di eventi che sono destinati a ripetersi in un loop infinito, senza apparente possibilità di uscita. E questo per via del paradosso della predestinazione: ogni scelta compiuta dai personaggi non riesce mai a sviare dal loop perché esse fanno in realtà già parte del loop stesso: Jonas crede di poter salvare il padre dal suicidio, senza sapere che in realtà è proprio la sua visita a causarne la morte; allo stesso modo Claudia cerca di salvare il padre dalla misteriosa morte che ha visto segnalata sui giornali nel futuro, ma in realtà è lei stessa a causarla; Ulrich cerca di uccidere Helge bambino per fermare il ciclo delle sparizioni, ma riuscirà solo a ferirlo e a lasciargli la cicatrice che abbiamo visto avere nel futuro; e così via. Tutto deve andare come è sempre andato.

Il loop è anche la causa del paradosso di Bootstrap: ci troviamo infatti a numerosi casi in cui un oggetto che viaggia nel tempo perde la propria origine e diventa parte di un ciclo infinito dove in realtà esiste da sempre. É il caso del libro di H.G. Tannhaus Un viaggio attraverso il tempo, di cui in realtà Tannhaus non è mai stato l’autore perché è stata la Claudia dal futuro a portarglielo; allo stesso modo l’apparatus non è mai stato progettato ma è sempre esistito perché l’orologiaio non fa altro che seguire progetti portatogli da Claudia. In questa situazione abbiamo anche un caso di futuro che influenza il passato: l’apparatus funziona solo grazie al cellulare di Ulrich venuto dal futuro, una situazione che ritorna più volte, banalmente in ogni caso in cui un viaggiatore del tempo interferisca con il passato. L’interferenza tra passato e futuro è anche causa del paradosso secondo cui Charlotte è in realtà figlia della sua stessa figlia Elizabeth.

Riveste un ruolo importante a partire dalla terza stagione di Dark il rinomato paradosso del gatto di Schrödinger, di cui lo stesso H.G. Tannhaus si fa portavoce nell’opening dell’episodio. Cercherò di spiegarlo brevemente da persona che di fisica sa poco e nulla (fisici all’ascolto, perdonate eventuali strafalcioni): l’esperimento mentale colloca un gatto all’interno di una scatola insieme ad un contatore Geiger, un martelletto e una fiala di cianuro. Una minuscola porzione di sostanza radioattiva è posta nel contatore Geiger: nel corso di un’ora uno degli atomi di questa sostanza radioattiva potrebbe disintegrarsi; se ciò avviene, il contatore lo segnala e aziona il martelletto che rompe la fiala di cianuro. Osservando la scatola da fuori, dopo un’ora non è possibile dire se il gatto sia vivo o morto: c’è il 50% di possibilità che il gatto sia vivo e il 50% di possibilità che il gatto sia morto o, semplicemente, il gatto è contemporaneamente vivo e morto. Questo non è ovviamente possibile a livello macroscopico, ma lo è a livello microscopico in cui le particelle degli atomi si possono così trovare nello stesso istante in stati diversi.

Ed è proprio grazie al paradosso di Schrödinger che nella terza stagione Jonas finisce per “sdoppiarsi”: in un mondo è vivo, nell’altro è morto; in uno è stato salvato da Martha, nell’altro non è stato salvato e le cose sono andate diversamente.

Adam ed Eva: la lotta tra due fazioni

La domanda non è da quale epoca, ma da quale mondo.

Arriviamo così alla terza stagione, la più criticata. Effettivamente con la terza stagione le cose si fanno più complicate e usciamo un po’ dal tracciato istituito e consolidato con le prime due stagioni: sembra quasi che la terza stagione sia stata scritta in corsa, cosa che in realtà non è vera, essendo Dark stata pensata e sceneggiata completamente prima ancora di iniziare a girare.

Ci troviamo un po’ spiazzati davanti alla rivelazione che, in realtà, era stata evidenziata fin dalla sigla del primo episodio della prima stagione: esiste un mondo parallelo in cui le cose sono andate diversamente. Ci troviamo così in un mondo dove Mikkel non è mai tornato indietro nel tempo e dove quindi Jonas non è mai nato, il famoso mondo senza Jonas nominato da Claudia nella seconda stagione. Eppure la fine del mondo è sempre lì, sta per accadere.

Nella terza stagione vediamo quindi tutto sdoppiarsi: abbiamo due Winden, due versioni di ciascun personaggio ma, soprattutto, abbiamo due fazioni e la lotta che portano avanti da numerosi cicli: la fazione di Adam, che vuole fermare il loop e mettere fine a tutto, e la fazione di Eva, che vuole invece preservare il loop. E tutto a causa dell’Origine, il figlio di Jonas e Martha che attraversa due mondi e che è alla base degli alberi genealogici delle famiglie che abbiamo imparato a conoscere. Adam vuole distruggerlo, Eva vuole proteggerlo.

Dark: un finale perfetto

Un finale perfetto e coerente

Se il mondo finisse oggi e ricominciasse da capo, che desiderio esprimeresti?

Un mondo senza Winden.

Due mondi, due fazioni in lotta, un loop che sembra non avere né inizio né fine. Eppure un’origine c’è. L’unica a comprenderlo è Claudia, la donna intraprendente che è riuscita a diventare direttrice della centrale nucleare, ma soprattutto la donna che ha visto la vita di sua figlia scivolarle via dalle mani e che non ha potuto fare niente per salvarla. L’amore di una madre e l’amore di un padre sono fine e inizio di tutto. Claudia trova una scappatoia in un terzo mondo, il mondo che ha dato origine a tutto: il mondo in cui H.G. Tannhaus perde il figlio e la sua famiglia in un incidente e decide di costruire una macchina del tempo per salvarlo. A causa di un difetto nella macchina del tempo si andranno tuttavia a creare i due mondi che abbiamo conosciuto.

Quel ciclo senza fine di sofferenza, dove bambini crescono lontano dalle famiglie, dove uomini uccidono bambini, uomini tradiscono donne, donne tradiscono l’amicizia di altre donne, dove futuro e passato interagiscono e creano quello che sono a tutti gli effetti degli incesti… quel ciclo si esaurisce nell’amore di un padre per il proprio figlio e del sacrificio di due ragazzi. Rimangono solo quei personaggi che in un modo o nell’altro non facevano parte del ciclo familiare che, finalmente, sono felici. E dei mondi che abbiamo conosciuto rimane solo un piccolo barlume, una giacca gialla, un déjà vu.

Gaia Galimberti

Laureata in Scienze dei Beni Culturali all'Università degli Studi di Milano, è cresciuta fantasticando mondi attraverso i libri e, dopo essersi innamorata del cinema, fatica a trovare il tempo per correre dietro a tutte le sue passioni. Sogno nel cassetto: scrivere un libro.

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